Passano gli anni ma il vizietto dell’informazione di montare un caso facendolo passare come uno scoop continua ad essere molto presente.
Falsificare ad arte informazioni giudiziarie che possono avere come fonte una parte soltanto, in questo caso un organo giudiziario, al solo scopo di fare sensazionalismo, e dunque carriera, senza curarsi minimamente dell’onore e dell’onestà di chi è oggetto del falso scoop, è un comportamento deplorevole, per un giornalista. Comportamento che talune volte sfocia nel reato di diffamazione.
Il caso ormai ha trent’anni. Correva l’anno 1995 e Repubblica pubblicava il giorno 23 novembre un articolo dal titolo “Storia di un trasloco da Padova a Islamabad” che indicava come “uno dei casi più singolari” nel panorama dell’inchiesta sui trasporti militari che ha avuto il suo culmine tra il 1993 e il 1997.
L’articolista non si è fatto scrupoli nell’imbastire un racconto falso e deridere il soggetto preso di mira.
Infatti si legge “stipendio netto diecimila dollari ma non contento il nostro (ndr il sottufficiale), organizza, con una organizzazione ben collaudata, un falso trasloco. Il fascicolo alto così, è pieno di timbri, verbali e firme a pioggia”.
L’articolista afferma senza ombra di dubbio che il bollettino di pesa è falso perché emesso a Roma e non a La Spezia, porto di imbarco.
Nell’articolo si afferma che la nave avrebbe circumnavigato l’Africa “forse” per risparmiare sul pedaggio per l’attraversamento del Canale di Suez. Aggiunge che “in ogni caso il rimborso dell’Amministrazione militare prevede il rimborso a chilometro” dando forza all’ipotesi della circumnavigazione del continente africano.
Ma non finisce qui. Con quella certezza tipica dei grandi giornalisti “il nostro” (il giornalista di Repubblica), scrive che “Naturalmente i mobili non si sono mai mossi da Padova” e che la famiglia si sarebbe installata in una casa ammobiliata a Islamabad, oppure ha atteso a Padova il ritorno del guerriero”. Nessun dubbio e nessuna verifica dei fatti. Cosa, quest’ultima, che per un giornalista è un obbligo.
Sarcastico oltre che inventore di un falso scoop.
Peccato per lui e Repubblica, che il trasloco di andata è stato oggetto di attacco dei guerriglieri lungo il percorso da Karachi a Islamabad e i container sono stati saccheggiati di oggetti di valore (non i mobili e gli arredi) e l’autovettura, una Lancia Prisma, è stata rubata, ritrovata semidistrutta dopo qualche settimana nei dintorni di Rawalpindi.
Ovviamente sono intervenute le autorità locali e consolari italiane, forze di Polizia e, trattandosi di trasporto che riguardava un militare accreditato, e sicuramente l’ISI, l’intelligence pakistana.
Lo scoop si rivela un falso reportage e il giornalista viene sbugiardato oltre che dai fatti documentati, soprattutto dalla Magistratura Militare giudicante.
Infatti, il sottufficiale non è stato processato perché il procedimento instaurato dal magistrato inquirente, dr. Benedetto Roberti, si è fermato al GUP , dr Massimo Bocchini, con “il non luogo a procedere”.
Il Giudice chiarisce che “Non vi è prova, anzi vi è prova contraria, che il trasloco non sia stato effettuato. Non vi è prova che il quantitativo della merce fosse inferiore a quello certificato, circostanza questa peraltro irrilevante atteso che nell’imputazione viene esclusivamente posta in discussione la effettività della operazione.
Manca altresì la prova, ed anche in questo caso vi è prova in senso contrario, che il certificato della pesa pubblica, che si asserisce falso, sia stato fraudolentemente ottenuto dall’imputato per giustificare un fittizio trasloco.
Non si comprende in definitiva, in considerazione dell’oggettività dei riscontri, su che cosa si basi l’accusa.
Potendosi escludere con certezza che sia stato realizzato il fatto materiale del reato di truffa deve essere dichiarato il non luogo a procedere con la relativa formula”, “non ha commesso il fatto”..
La verità alla fine trionfa il malcostume giornalistico rimane e non è dato di sapere quanti diplomatici e militari sono stati fatti oggetto di attenzione come il sottufficiale in questione.
La smania di sensazionalismo non tiene mai conto della verità e il giornalista che ha pensato di realizzare uno scoop ha mostrato di non tenere conto della reputazione del sottufficiale preso di mira, dei danni morali ed economici che gli provocato.
Cosa si può mai dire di un giornalista di siffatta professionalità e correttezza ? Nulla. Ogni commento sarebbe superfluo ma chi legge può farsi un’opinione sulla verità, qualità, imparzialità e corretta dell’informazione.
Michele Santoro




