“L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, nella migliore delle ipotesi sarà un limbo, nella peggiore delle ipotesi sarà un inferno”. Bettino Craxi.
La storia non si può cancellare così come la profezia del leader del PSI Bettino Craxi. L’insipienza della classe politica post “mani pulite”, a partire dal governo Amato, quello del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti varato nella notte, ci ha portato lentamente coscientemente e lentamente al disastro economico e sociale e alla dipendenza da Unione Europea, Usa e NATO.
Secondo l’OCSE, l’Italia è unico paese industrializzato che negli ultimi trent’anni ha visto i salari decrescere. Il lavoratore che nel 1990 aveva un salario lordo omnicomprensivo di 40 mila euro, nel 2020 si è ritrovato con un importo di 38 mila euro. Un perdita secca del 5,9% pari a circa 6 milioni delle vecchie lire.
Nello stesso periodo nell’eurozona i salari sono cresciuti in media tra lo 0,9 al 3%.
Il governo Meloni doveva riportare in Italia lo spirito del patriottismo che avrebbe dovuto dare l’impulso per rimettere in carreggiata un paese alla deriva economica e sociale. Si è dimostrato da subito forse il più grande bluff della storia politica italiana. In Politica economica non ha idee di sviluppo e sta attuando un programma simil “Draghi-Amato-Monti”, con pesanti ripercussioni sul tessuto economico e sociale del paese. Vittime di turno come sempre, sanità e pensionati ma per gli evasori sanatarie e concordati. In politica estera appare subordinato a USA, Nato e Unione Europea. Non ha visione, e tutto quanto era stato sbandierato nel suo programma elettorale è sparito dai radar.
L’Italia oggi ha 7 milioni di poveri, la classe media asse portante del paese, è praticamente scomparsa a causa delle dissennate politiche economiche. L’economia è in crisi, l’industria in fase di rallentamento, il m manifatturiero in profondo coma.
L’inflazione si è trasformata in stagflazione ma nessuno lo dice. Tutto ciò è figlio di una classe politica incapace che ha provocato il collasso dei quattro assi portanti per un paese evoluto, “istruzione, sanità, forze armate e magistratura”.
Il settore scolastico sforna cittadini con scarse capacità di comprensione delle più elementari materie di studio. Dai laureati agli abbandoni scolastici, passando per i finanziamenti pubblici, l’Italia, a quanto pare, ha un serio problema di education. L’Italia spende meno degli altri Paesi Ue e ottiene risultati peggiori. Per questo, ma non solo, rischia di perdere un milione di studenti nei prossimi dieci anni: passando da 9 a 8 milioni totali (fonte Eurostat).
In molti hanno conoscenze limitate e spesso non capiscono quello che leggono. Tutto il sistema scolastico paga una generale disattenzione e incapacità della politica a riformare il settore principe per lo sviluppo di un paese.
Senza istruzione non c’è futuro. Siamo indietro nel mondo e ci culliamo di essere il 7° paese più industrializzato del mondo.

Sanità. Il settore paga l’indifferenza del governo e l’interesse di investire in altri “settori” probabilmente più proficui. La sanità pubblica sta perdendo per strada i principi base che l’hanno ispirata: assistenza gratuita, universale, uguale per tutti! Il malato in difficoltà cerca di arrangiarsi, risolve i problemi di tasca propria e si rivolge al privato dove le assicurazioni propongono vantaggiose polizze sanitarie.
Stretto da tagli continui e poca visione per il futuro, il settore sanitario primeggia solo per sprechi e posti di governo e sottogoverno. La politica ha cannibalizzato la sanità infischiandone del bene comune. Il gap tra nord e sud è drammatico e i viaggi della speranza alla ricerca i cure valide sono aumentati anziché diminuire.
Forze Armate. La guerra in Ucraina ha messo in luce tutte le carenze tecnico operative, logistiche e di personale delle forze armate. La sospensione della leva obbligatoria ha fatto diventare il comparto in un mondo burocratico ad invecchiamento precoce e senza alcuna possibilità di ringiovanimento e, cosa che più conta, ha messo fine alla famosa “riserva” garantita fino al 2005 da militari “addestrati” e quindi pronti all’operatività dopo un breve ciclo di addestramento.
Il Ministro della Difesa Crosetto recentemente ha dichiarato che è sua intenzione formare una riserva operativa per le forze armate senza però spiegare da dove attingerebbe il capitale umano per formarla.
Le forze armate con i limiti che nel tempo si sono autoimposti e la spersonalizzazione della tipicità, hanno creato personale “burocrate” a cui non è più possibile richiedere tipologie di servizi, orari ed impieghi tipici delle forze armate. Non sembra esserci più gente che sappia cosa significhi sacrificio e soprattutto non c’è più gente che sappia cosa significhi “lavare le latrine” e “spirito di corpo”. L’orario, gli straordinari, l’esternalizzazione dei servizi tipici di una caserma hanno snaturato l’essenza del “militare” creando il protototipo di soldato impiegato.
Volevano le forze armate formate da professionisti e si ritrovano con burocrati da svecchiare senza però sapere come. Certo, i tempi cambiano ma in combattimento si chiederà al nemico di rispettare l’orario “giornaliero di lavoro”?
Volevano le forze armate con armamenti avanzati e si ritrovano senza forze corazzate e costretti ad aggiornare i vecchi “Ariete” del periodo della guerra fredda e con oltre 1400 vecchi Leopard 1 ed M60 allineati nei depositi da tempo. Se tutto va bene, i 100 nuovi Leopard arriveranno, forse, non prima della metà del 2030. Non meglio sta l’Aeronautica e ancora peggio la Marina. Insomma, un quadro disarmante con fosche previsioni. L’unico comparto che va alla grande come al solito del resto, è il numero abnorme di generali rispetto alle reali esigenze di comando ed operative. Secondo il Report della Ragioneria di Stato sollecitato dal governo Monti, in Italia il numero di uomini e donne in divisa era di circa165 mila e si contavano 480 generali, di cui 50 di corpo d’armata, che
salivano a 69 considerando i parigrado di Carabinieri e Guardia di Finanza. In pratica c’era un generale ogni 378 militari. Negli Stati Uniti, nello stesso anno, i generali erano il doppio, circa 980, ma le forze militari erano composte da 1.471.730 donne e uomini: c’era cioè un generale ogni 1.440 militari. C’erano poi in Italia anche circa 90 generali in cosiddetta “ausiliaria”: ufficiali cioè che avevano cessato il servizio attivo per raggiunti limiti di età, ma che potevano essere richiamati in servizio nel caso ce ne fosse la necessità.
Nel 2023 la situazione non è certo migliorata. Su 165 mila militari, 22 mila sono ufficiali e 62 mila sottufficiali. L’età media è di 39 anni e solo un terzo ha meno di trent’anni.
Magistratura. Senza entrare nell’annosa questione della politicizzazione, si può dire che i problemi oltre agli organici e all’organizzazione in generale, la Magistratura paga come gli altri settori, la scarsità generale del “materiale” umano. Inoltre, il sistema si è lentamente convertito al common law, al processo indiziario, al diritto comunitario e giurisprudenziale ponendo in secondo piano il richiamo normativo classico di un sistema di civil law dove i diritti dei cittadini non dipendono più dalla legge del Parlamento ma dalle sentenze dei giudici”.
Complice l’influsso della cinematografia, non è affatto infrequente, specie tra i “non addetti ai lavori”, interrogarsi sul valore del precedente giudiziario.
Pur non rinnegando il cambiamento, inevitabile e quanto mai necessario, ogni ordinamento giuridico cela infatti in sé un’innata esigenza di stabilità, che a sua volta affonda le proprie radici nel principio di certezza del diritto e nella tutela dell’affidamento.
Ciascun individuo ha infatti il diritto di conoscere in anticipo le conseguenze giuridiche delle proprie azioni, senza dover sottostare a continue inversioni di rotta della giurisprudenza che spesso pregiudicano il diritto di difesa, scoraggiando possibili iniziative giudiziarie a causa dell’esito incerto del giudizio o penalizzando chi ha fatto affidamento su un certo orientamento.
Nella giungla di livelli normativi diversi (regionale, nazionale, comunitario, sovranazionale), la risoluzione dei conflitti tra cittadini o tra cittadini e stato è demandata ai magistrati per i quali il precedente non rappresenta un elemento ragionevolmente vincolante. Si assiste perciò a decisioni contraddittorie emesse da un unico organo, con inevitabile pregiudizio per lo sviluppo economico e per la certezza dei rapporti tra le persone”.
Un quadro complessivo che lascia poche speranze per il futuro. L’Italia è un paese in decadenza. La politica, figlia ed artefice di questa decadenza, è destinata ad una fine ingloriosa.
Michele Santoro

