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Morire a Kabul, il Vietnam americano e la Caporetto italiana, è nel conto di una scelta volontaria e retribuita (2)

darraEsattamente un anno fa, il 18 maggio 2010, dopo aver scritto ampiamente del fallimento della guerra americana in Afghanistan nel 2009 (già allora si parlava di exit strategy) pubblicai un articolo dal titolo Morire a Kabl è nel conto di una scelta volontaria e retribuita..
Negli anni cioè da quando scrivo sulla seconda grande sporca guerra americana, la situazione sul terreno è andata deteriorandosi sempre più e i morti afghani, per lo più civili innocenti, aumentano paurosamente giorno per giorno.
Staffan de Mistura, capo dell’Unama, una delle poche menti pensanti in un oceano di senza idee,  ha recentemente osservato che «stiamo vivendo un “surge” militare anche se sappiamo che non c’è una soluzione unicamente affidata alle armi per il conflitto. E ciò che anche sappiamo è che vi dovrebbe essere ora un “surge” di tipo politico. Ma adesso  chiediamo formalmente, fortemente e fermamente a nome del popolo afghano che il 2011 sia l’anno di un ’surgè da parte tutti per la protezione dei civili».
Ieri le forze armate italiane hanno perso un altro uomo, saltato con il suo mezzo non blindato, sulle famose IED, ovvero, come qualcuno le definisce, ordigni artigiani dando l’impressione a chi non conosce l’ordigno, trattarsi di esplosivo messo lì in modo arruffato. In realtà ordigni ben confezionati e quasi ogni combattente afghano è in grado non solo di realizzarli, ma di farli esplodere con gli effetti che tutti sappiamo.
Il militare straniero che muore in Afghanistan è un invasore in meno per gli afghani che combattono e che non sono pochi considerato che dopo ben dieci anni l’esercito più potente del mondo forte di 130 mila uomini è alle corde e chiede di uscire dal pantano afghano. Exit strategy si disse nel 2009 quando già si pensava che questa guerra gli USA non l’avrebbero mai vinta e che sarebbe finita, come sta finendo, come un secondo Vietnam.
La coalizione guidata dagli USA combatte contro un popolo di guerrieri che ha sembra ributtato oltre i propri confini chi ha avuto la sventura di invaderli. I precedenti di Inghilterra e URSS evidentemente non sono bastati ai ben pensanti del Pentagono che evidentemente pensavano di fare un passeggiata per distruggere il paese.  
Oggi, quindi, con la morte del 39° soldato italiano in Afghanistan una vittima, seppur cosciente perché volontario, di una guerra creata dagli USA per meri interessi economici e geopolitici.
I militari sono morti perché combattono una guerra economica e politica che niente ha a che fare con la lotta per la libertà e la democrazia come l’ipocrisia generale della politica italiana ci vuol far credere.
Non è una guerra italiana e non è una guerra per la democrazia, né per la sicurezza e soprattutto non lo è per la libertà. Ma i morti ci sono e questo deve far riflettere gli italiani.
E di riflessioni sentendo gli umori della gente comune e scorrendo le pagine di vari blog italiani, vengono fuori alcune considerazioni che devono a nostro parere essere valutate con attenzione.
Tra i giovani che non sono come qualcuno afferma “sbandati” e “disfattisti”  emergono alcune considerazioni.
Quella che più è ricorrente è che i morti di Kabul sono morti sul lavoro. I militari che muoiono in queste missione di guerra che di pace hanno solo eufemisticamente il nome, muoiono  nell’esercizio del proprio lavoro, rischioso ma soprattutto volontario e ben remunerato. Di eroico non hanno un bel niente poiché non vi è dietro nessun ideale di pace e libertà.
Non sono lì per difendere gli afghani che non li hanno chiamati e che invece li combattono e stanno pure vincendo …
Paradossalmente, si potrebbe dire che sono mercenari perché per andare in Afghanistan a combattere percepiscono una indennità giornaliera è intorno ai 120/150  euro al giorno più ovviamente lo stipendio in Italia.
Soldi che paga il contribuente italiano perché contrariamente a quanto si possa supporre considerato la disinformazione generalizzata, l’ONU non scuce neanche un dollaro, è tutto a carico dei rispettivi stati.
E’ certamente un dolore per parenti ed amici, e da persone “pensanti” dispiace apprendere della morte violenta di un “lavoratore”, ma questo è tutto.
L’ipocrisia generale si manifesta ad ogni morte, e si stravolgono anche a livello istituzionale, anche i fatti. Il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano partecipa commosso  al dolore per la perdita del militare Tuccino nel grave “attentato” …
Grave attentato ? Ma se si è in guerra ! Come si può parlare di attentato quando con una azione di guerra i combattenti afghani uccidono quelli che loro considerano, giustamente, invasori ?
E sarebbe anche ora di smetterla di parlare di talebani soltanto perché non è spiegabile come questi, malgrado le perdite subite mettono sempre il fiato sul collo degli uomini della coalizione in ogni parte dell’Afghanistan.
E’ morto un altro militare a Kabul, è morto un  lavoratore come ne muoiono centinaia ogni anno sul posto di lavoro nel più totale silenzio mediatico.
Ma a differenza delle morti di Kabul a cui viene dato ampio spazio e si parla di “paese” in lutto, per i morti “sul lavoro” il massimo che viene loro dato è un semplice titolo di coda.
Permettetemi di ricordare quanto scrissi nel 2010. “ La scelta di andare a combattere la guerra americana in Afghanistan è personale e volontaria ed adeguatamente retribuita, e il rischio di rimanere feriti o morti è già messo nel conto di ogni militare.
Chi sceglie di intraprendere la carriera militare è consapevole dei rischi a cui potrà incorrere, e chi scegli di essere volontario per combattere all’estero mette nel conto di ritornare in Italia … non da vivo.
Morire sul posto di lavoro invece, non fa parte del rischio di un lavoratore edile, di un meccanico, di un autista, etc.. La morte sul posto di lavoro non dovrebbe neanche avvenire  in un paese democratico e civile.
Ed allora, pur nel rispetto del dolore dei parenti delle vittime, basta con le ipocrisie.
La morte a Kabul è nel preventivo delle proprie scelte personali.
Ci piacerebbe infine che la definizione di “eroi” fosse data anche e soprattutto  agli operai che quotidianamente muoiono, nel silenzio generale di media e istituzioni,  per sfamare i propri figli”.

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