giovedì, Ottobre 6, 2022
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Ci risiamo, ancora gratuite offese ai siciliani

Stavolta provengono da una persona che si definisce siciliana che ha sentito la necessità di esternare le sue critiche offensive attraverso le pagine de L’ESPRESSO on line, che ovviamente gli ha dato ampio spazio.  Nella lettera, pubblicata nella rivista “Lettere al Direttore” il 6 ottobre scorso,  un certo Giuseppe Duelune (sarà vero il cognome?) interviene sulla “tanto decantata ospitalità meridionale e siciliana in particolare“.
Scrive Duelune, che il 16 o il 17 settembre stava facendo colazione quando ha appreso dal TG1 che a San Angelo di Brolo, in Provincia di Messina, un gruppo di extra comunitari, in maggioranza bambini, che lui ha subito “identificato” come persone  in possesso di “status” di rifugiato politico, stavano per essere trasportati in un centro di accoglienza.
Si dice essere rimasto sconcertato dell’atteggiamento degli indigeni (non bastava dire dei cittadini?) che a suo dire avevano inscenato una vera e propria rivolta impedendo l’ingresso dei pullman (a noi piace usare il nostrano termine “corriere”).
Il nostro ha individuato nelle donne, “madri di famiglia”, le più inviperite.
Si chiede infine, ricordando gli arrivi in Sicilia dei Cartaginesi (Fenici, perciò arabi), dei Greci, dei Romani, dei Bizantini, di nuovo gli Arabi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, dei Savoia, dei Borboni, ancora dei Savoia, inserendo nel contesto le famiglie mafiose dei Greco, dei Santapaola e dei Corleonesi, se l’ospitalità dei siciliani fosse riservata solo agli stranieri che giungono in Sicilia da conquistatori, con eserciti in armi.
Domanda alla quale può darsi una risposta rileggendosi la storia della Sicilia che forse, non conosce.
Rileggendosi la storia potrà comprendere che i Siciliani non sono mai  stati ospitali con i nuovi conquistatori e l’accostamento alle presunte situazioni di inospitalità che i siciliani avrebbero dimostrato a San Angelo di Brolo, e il proverbio siciliano : Calati juncu cà passa la china (piegati giunco finché passa la piena).  in questo contesto è assolutamente fuori luogo ed improprio
Non comprendiamo però l’astio che traspare nello scritto contro la Sicilia ed i Siciliani quando inserisce nella lista storica, i nomi delle famiglie mafiose.
Si definisce siciliano ed orgoglioso di esserlo, afferma che i suoi corregionali stanno facendo di tutto per impedirglielo. Facciamo qualche fatica a crederlo considerato l’astio che traspare nel suo scritto che fa un miscuglio di cose partendo da fatti mai che appaiono non corrispondenti alla realtà e storicamente inesatti.
Quanto al proverbio ed all’auspicio di trovare quei pochi siciliani “d’acciaio”, gente che non si piega come Pietro Scaglione, Rocco Chinnici, Gaetano Costa, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rosario Livatino, Antonino Saetta, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, pensiamo sia opportuno ricordagli che questi siciliani hanno ben interpretato il proverbio siciliano che lui ha erroneamente usato per spiegare forse, l’arrendevolezza dei siciliani agli stranieri in armi.
Le persone che ha citato e che hanno perso la loro vita combattendo la mafia, hanno vissuto nella tempesta siciliana e per sopravvivere hanno dovuto attendere tempi migliori per poter combattere la lo battagli contro cosa nostra. Il senso vero del proverbio vuole essere proprio l’incitazione ad avere pazienza, rimanere saldo, aspettare e sopravvivere, in attesa di poter agire.

Significa che nei momenti di difficoltà – come la piena di un fiume  che tutto travolge – si salva chi, come il giunco, si flette e sopravvive sott’acqua finché tutto non è passato. Cfr. Leonardo Sciascia Nero su Nero, Torino, Einaudi, 1979, pag. 34 

Ben altro significato quindi di quello che Duelune vuole attribirgli.
E’ proprio vero il detto secondo cui non c’è peggior nemico dell’amico della porta accanto. E la Sicilia di nemici ne ha proprio tanti, anche in casa.

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